E' stato pubblicato il terzo numero dei Quaderni di San Precario dal titolo 'Io non ho paura del default', un lavoro lungo ed articolato di analisi della fase attuale che ha visto anche la partecipazione del Laboratorio.
Di seguito alleghiamo il nostro contributo, che troverete a pagina 155 dei quaderni, la versione integrale è disponibile in formato .pdf su molti siti fra i quali www.quaderni.sanprecario.info/ e www.uninomade.org.
RESISTENZE FLESSIBILI.
Riflessioni a proposito di genere e precarietà.
Ci sono lotte, pratiche, teorie che vengono espulse dal dibattito socio-politico non appena sembrerebbero aver esaurito la propria iniziale carica contestataria. Presentandone le rivendicazioni come conquiste ormai assodate, le discorsività mainstream mirano a derubricarle dall'agenda dell'attualità, a banalizzarne il portato eversivo, riassorbendolo in una ripetizione dell'esistente in versione riveduta e corretta. Pian piano la lettura del reale di cui esse sono portatrici viene dipinta come obsoleta e superata, ogni prosecuzione della lotta diventa isterismo fuori tempo massimo. Il senso comune le relega nel ripostiglio ideologico del dato di fatto sul quale non è più necessario interrogarsi e, sul solco di questa evidenza, si può comodamente cominciare a dimenticare.
Se dichiarare la vittoria di una lotta equivale spesso ad auspicarne l'esaurimento, non è peraltro escluso che il dibattito politico non decida di resuscitarla strumentalmente prima o poi. Viviamo in equilibrio fra un mondo che sembrava non aver più bisogno dei femminismi ed una classe dirigente che non disdegna di avvalersene, di tanto in tanto. All'occorrenza, infatti, il sessismo e la discriminazione vengono proiettati e incarnati nell'altro e nell'altrove, rivendicando per sé il patrocinio delle discorsività emancipative e la necessità morale di diffonderle. Così, mentre una presunta “uguaglianza di fatto” viene data per scontata nella vita di tutti i giorni, sulle categorie di genere e sessualità vengono erette le fondamenta ideologiche dell'imperialismo globale e delle guerre islamofobiche, la legittimazione di politiche razziste e discriminatorie in materia di immigrazione. In Italia, inoltre e in modo perculiare, la legittimazione morale e politica dei partiti di opposizione condensa sul corpo del sovrano e sulle sue abitudini sessuali l'ipostasi stessa del sessismo – come se quest'ultimo non fosse, invece, il risultato di una microfisica di pratiche assoggettanti storicamente trasversali ad ogni governo e a buona parte del corpo sociale.
Parallelamente, al traino dell'agenda politica, i media diffondono una versione addomesticata del femminismo, epurata da ogni elemento di conflittualità sociale.
In questo scenario, non soltanto va problematizzato e discusso il potere divulgativo dei processi di mainstreaming, ma risulta necessario interrogarsi su quanto una versione aproblematica e unidirezionale del femminismo – slegata cioè da una contestualizzazione socio-politica più ampia – possa offrire una sponda ad ogni tipo di strumentalizzazioni. Non a caso, fra i collettivi di genere e nel dibattito contemporaneo comincia a farsi strada l'esigenza, da un lato, di inchiestare l'immaginario legato alla parola femminismo, dall'altro, di interrogarne il senso, di problematizzarlo. La questione non è da porsi nei termini di cosa sia “veramente” femminismo oggi, bensì di come districare le pratiche di genere dai rischi della costruzione strumentale e unidirezionale, della banalizzazione fuorviante, quando non del vero e proprio branding a scopo commerciale − quello che è stato efficacemente definito femminismo™.